Oui, je suis Crazy man
Antonino Di Maio, questo è il mio nome
Nacqui a Sorrento nel lontano 1960, in pieno periodo del miracolo economico italiano (il boom economico). Quel periodo appartenente dunque al secondo dopoguerra italiano ovvero ai primi decenni della Prima Repubblica e caratterizzato da una forte crescita economica e sviluppo tecnologico dopo l'iniziale fase di ricostruzione.
Mio padre Attilio e mia mamma Elisabetta, chiamata Rosa, un paio d'anni dopo di me ebbero anche mio fratello Massimo.
Attilio era una persona estroversa, brillante. Riusciva senza alcuno sforzo a catalizzare l'attenzione su di se grazie a una innata dote di simpatia. Ma era anche un attento osservatore del mondo che lo circondava, dalla politica alla scienza, dalla tecnologia allo sport.
Quinto di nove figli, già da bambino lavorava nel negozio di fruttivendolo di mia nonna Giulia per poi andare al liceo scientifico a Napoli e infine all'università che potè ultimare solo dopo la guerra.
Era ingegnere e da quello che mi risulta dalle testimonianze spontanee che ancora oggi ricevo fu molto apprezzato per le sue capacità e la sua onestà. Ricordo ancora perfettamente che spessissimo mi portava, ancora bambino, con se sui cantieri e mi spiegava il funzionamento delle macchine e le varie lavorazioni.
Ma non ha mai trascurato l'insegnamento all'Istituto Nautico "Nino Bixio" dove trovava grande piacere e soddisfazione ad aiutare i ragazzi che scalpitavano per entrare nel mondo del lavoro e imbarcarsi.
Putroppo nel 1983 giunse prematuramente al termine della sua vita.
Rosa, o Rosetta per alcuni o Tetta per altri ancora, è stata al suo fianco per tutta la vita. È stata innammorata di lui fin dall'adolescenza e lo è rimasta fino a quando il suo cuore ha smesso di battere nel 2009. Per noi ragazzi è stata una mamma amorevole, premurosa, attenta. Soprattutto l'infazia e la fanciullezza sono stati periodi della nostra vita caratterizzati da una grande serenità e felicità grazie alla completa dedizione dei nostri genitori.
L'intera esistenza di Rosa è stata dedicata ai figli e ad Attilio.
Dal momento della mia apparizione l'obiettivo principale della loro vita fu quello di dare a noi figli, il meglio possibile; e quando dico il meglio intendo la migliore educazione, sani principi, un forte senso del rispetto verso la natura e verso gli altri. Nostro padre soleva dire che poteva perdonarci tutto ma non uno scarso rendimento negli studi.
Così tra coccole e amorevoli attenzioni, giunse l'adolescenza che portò con se gli inevitabili conflitti generazionali: stava finendo un bellissimo periodo ma ne iniziava un altro forse un po' meno bello ma molto, molto più interessante: l'adolescenza.
L'adolescenza mi aveva schiuso un nuovo mondo, fuori dal nido familiare che è sempre stato il rigugio per eccellenza, ma aperto verso l'esterno: gli amici, il Circolo del Carmine, il mitico "Ciao" poi la moto cross, la pallavolo, la pallanuoto e soprattutto le ragazze.
Così trascorsero gli anni del liceo Scientifico (quattro perché mio padre volle che facessi "il salto") nel corso dei quali un'altra figura aveva fatto apparizione nella mia vita: Vera. Una ragazza carina dalla carnagione scura e dallo sguardo intelligente che oggi ancora è al mio fianco, come moglie ma soprattutto compagna di viaggio in questa avventura che è la vita.
Dopo il diploma del liceo arrivò il momento di scegliere l'università. Ero molto combattuto tra ingegneria e medicina. Ero fortemente attratto da entrambe. Prevalse la prima ma, ricordo ancora molto bene, quella mattina mi ripromisi di iscrivermi a medicina non appena prtesa la laurea in ingegneria. Poi la vita ha preso un altro corso.
Infatti, dal 1985 esercito la professione di ingegnere nel campo dell’energia. Sono sempre stato attratto dall'energia, dal suo controllo, dal risparmio dell'energia, dall'efficientamento dei sistemi energetici.
Nel 1997 arriva il piccolo Mauro, il nostro unico figlio.
Ha inizio così il periodo più bello, esplosivo, mirabilante, eccitante, sorprendente, gratificante della mia vita.
Peccato che dura poco. Nel 2004 Mauro, all’età di soli sei anni, si ammala di tumore e ne muore nel 2009 dopo ben quasi cinque anni di una guerra che tutta la famiglia, capitanata dallo stesso Mauro, con il supporto di un fantastico staff medico ha combattuto fino alla fine con determinazione, coraggio, pazienza e sopportazione. Purtroppo, dopo tante battaglie (interventi), chemioterapie, radioterapie e autotrapianti andate a buon fine la guerra è stata comuque persa.
Dal momento della morte di Mauro, ho sentito il bisogno, come terapia contro il dolore, di scrivere. Racconti, blog, poesie e altro, purché scrivessi.
Da questa esigenza sono scaturite sei raccolte di poesie (“Non so come dirtelo” – 2010, “Il tappeto volante” – 2011, “Dolenti momenti contenti” – 2012, “Follie” – 2013, "I colori delle emozioni" – 2014, "Quella volta che …" - 2015).
Nel 2010 ho scritto tre racconti brevi (“Il giorno dopo” – “Zia Annamaria” – altro senza titolo).
Nel 2011 ho ottenuto il primo premio al Concorso Nazionale di poesia “I moti dell’anima” – Positano. Altre menzioni speciali in altri concorsi.
Nel 2012 ho scritto un romanzo autopubblicato (“Vuoti di memoria”, pag. 350) che ha avuto lusinghiere recensioni, in questo momento all’attenzione di alcune case editrici.
In questo tempo ho appreso che se si scrive qualcosa, è bello che altri possano leggere per questo ho riversato in questo sito web un po' di cose che ho scritto per far sì che altro possano leggerle.
Nel Decennale
Assorto ascolto la voce dei flutti,
rombanti, nervosi, tumultuosi, spumeggianti.
Oppure, a tratti, melodiosi,
racconto di un lento, dolce, sereno fluire.
Son sveglio, non dormo, non sogno.
Lo sento tutt’attorno a me,
sfiorarmi con la scia del suo imprevedibile avanzare.
È un suono allegro,
il suono della vita,
che scivola inarrestabile sulle onde del tempo.
Va, corre, sfugge, s’allontana.
E io la guardo andare, incatenato al 5 settembre.
25 settembre 2019
Amare
interminabili minuti fissando un immobile “online”
scandiscono gli spasmi vitali d’un cuore malato.
12 giugno 2016
Versi e pianti
Quando giunge la stagione
in cui la notte si fa tiepida
e l’aria profuma di zagare,
è proprio in momenti come questi
che soffro ancora di più
quell’assenza.
Quando nella vita s’affaccia qualcosa di nuovo,
giunge qualcosa che risveglia i dolori a malapena sopiti
a colpi di versi e pianti.
E quando avrei tanto da raccontare
e raccontare, e raccontare ancora, e ancora,
della vita, del mondo, delle cose belle e brutte,
dell’amore, degli esseri umani,
dell’infinito che sta oltre le galassie,
non ho nessuno a cui raccontare.
E quando le lucciole tornano a illuminare il nostro giardino
e le vedo dai vetri della finestra danzare tra le foglie,
nel silenzio della tiepida notte,
riaffiora il ricordo della tua faccia stupita
dallo spettacolo dedicato a noi.
È proprio in momenti come questo
che sento ancora di più la tua mancanza,
figlio mio.
15 aprile 2016
Alla deriva
Mi stai lasciando andare alla deriva
hai tagliato i legacci
hai spezzato le catene
hai mollato le cime,
e lentamente mi allontano
dalla dolce riva del tuo profumo.
Solco il mare della tristezza,
per quello che sarebbe potuto essere
e non è stato,
per quello che non è più,
e per quello che
non hai voluto che divenisse.
E la distanza si colma
del vento della menzogna
che soffia e ci allontana sempre di più
verso l’incerto destino
di chi non può governare la propria vita
e di chi non vuole farlo.
Rimpianti, rimorsi, nostalgia, menzogne.
Sono l’eterne tempeste
che incombono su chi,
suo malgrado naviga
il mare della tristezza.
12 febbraio 2017